Siena è, innanzitutto, il Palio. Protagoniste sono le contrade cittadine, che si disputano un drappo dipinto in una corsa di cavalli montati “a pelo” dal fantino attorno a Piazza del Campo, il cui perimetro, trasformato in pista, viene rivestito di terra tufacea giallastra. L’essenza della festa non sta tanto nella preziosità del premio, quanto nella vivace animosità tra le contrade, nella loro parossistica esaltazione, nella loro bambinesca voglia di vittoria che spinge a volte a colpi basi e tiri mancini nei confronti delle contrade rivali.
Allo stesso tempo la festa, creando tutto un insieme di riti e simboli e persino un suo vocabolario speciale, rinsalda lo spirito cittadino e rende ogni senese geloso e fiero del suo Palio. I turisti in quei giorni, nonostante gremiscano la Piazza del Popolo fino all’inverosimile, restano sullo sfondo, sbiadite comparse di un gioco in cui i veri protagonisti sono loro, i contradaioli, loro che gioiscono e si disperano, loro che attendono trepidanti o spavaldi l’esito, secondo una pantomima fatta di azioni rituali che vanno ben al di là dell’occasione della corsa, in sé brevissima (dura poco più di un minuto), e affondano le radici in quel Medioevo municipale italiano ricco di tradizioni, superstizioni e irriducibili rivalità.
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